pagina iniziale
 G i o r g i o   R i g o n

    Il paesaggio, a differenza di altri soggetti che vedono protagonista l’uomo, è privo di carattere, rimane immutato nel tempo, soggetto soltanto a lievi trasformazioni cicliche imposte dalla dinamica dell’atmosfera.
    Il paesaggio chiede soltanto di essere contemplato così com’è, con suoi quattro abiti stagionali e, di conseguenza, anche la sua trasposizione in fotografia dovrebbe offrirsi ad un semplice godinento acritico, passivo, senza equivoci. La fotografia di paesaggio, letta sotto questa luce, non dovrebbe avere storia o, almeno, la sua storia consisterebbe nel non averne. Si potrebbe addirittura affermare che il paesaggio fotografato rappresenti il costante trionfo della tradizione iconografica, contro ogni avanguardia.
    Troppo facile sbrigare il tema del paesaggio in questi termini. Lasciamo queste considerazioni "a-storiche" ai manuali tecnici di fotografia e tentiamo di superare il semplice incantamento per le belle forme della natura.
    Nella realtà operativa il faticoso salto di qualità tra il "paesaggio cartolina" e il "paesaggio opera d’arte" può avvenire soltanto risalendo alle basi culturali che fanno la storia della visione.
    Fulvio Acanfora, in estrema sintesi, c'illustra le sorgenti della visione moderna nel modo seguente, e mi piace riferire il suo pensiero proprio al paesaggio:

All’origine del modo di guardare la realtà dei contemporanei vi sono le molteplici avventure e rivoluzioni operate da pittori, architetti, registi [...] che, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, hanno trasformato la visione in un atto complesso, non naturalistico, interamente culturale.
  • Con i puntinisti e i divisionisti la realtà si è sgranata, frantumandosi in milioni di sorgenti luminose e coloristiche;
  • il cubismo mostra, nello stesso sguardo, una varietà contraddittoria di punti di vista […]
  • la piena maturità dell’arte cinematografica ha rivelato l’attitudine proteiforme dell’occhio ad imboccare tragitti serpeggianti;
  • l’immagine televisiva ha preso ad operare con lo stilema di sovrapporre e mescolare immagini diverse;
  • la videoarte ha, infine, disegnato sulla tastiera informatica l’attraversamento dell’immagine nelle sue potenzialità virtuali e ipotetiche."
Questo moderno, affascinante percorso non è che lo sviluppo ultimo di quello iniziato dalla filosofia e dalla letteratura fin dai tempi più antichi, dal quale attingiamo le idee guida per la nostra visione attuale del paesaggio:
  • da Omero a Virgilio l’uomo, in un rapporto del tutto paritario con le altre creature, viveva integrato nella natura talmente immerso in essa e da essa dipendente, che il paesaggio non era che un’entità funzionale, buona o cattiva, propizia o avversa, comunque non esperibile sotto il puro profilo della bellezza.
  • La prima testimonianza storico-letteraria del rapporto estetico tra uomo e paesaggio la troviamo in Petrarca, nella descrizione autobiografica dell’ascensione al monte Ventoux che il Poeta accompagna con la meditazione profonda su di un’opera della letteratura. L’uomo, in quell’epoca, aveva maturato e consolidato il proprio vigore intellettuale arricchendolo con la forza della Fede ed iniziava a stabilire con il paesaggio un rapporto mistico, dove la bellezza della natura era considerata come un dono di Dio per l’ascesi spirituale dell’intera umanità.
  • Nel ‘700 l’Arcadia ha una visione più riduttiva: sull’eredità antica delle Bucoliche virgiliane innesta un’atmosfera decadente, impreziosita da galanti "pastorellerie". Il paesaggio, soffuso di atmosfere sensuali, diventa così luogo particolarmente adatto agli idilli, e tale non ci dispiace considerarlo anche oggi.
  • Nell’800 Goethe e Friedrich, con le componenti letteraria e pittorica, introducono una visione sublime ed eroica del paesaggio, teorizzando sulla "pura visibilità" e sulla "Einfühlung", che possiamo malamente tradurre con "Empatia","Immedesimazione", "Simpatia simbolica".
  • In un’epoca più vicina a noi, Martin Heidegger, sgombrando il campo da eccessivi misticismi, eroismi ed empatie, ci informa che il paesaggio è un bene messo a disposizione dell’uomo e, come tutti gli altri beni che contornano la sua esistenza, è da sfruttare al meglio; non ne esclude la dimensione estetica, ma ci lascia capire che questa non ha carattere prioritario.
Cinque punti di vista dell’arte, cinque diverse opinioni storiche, che rappresentano altrettante idee guida per il paesaggista di oggi.
    Ognuna di queste offre una diversa chiave di accesso alla poetica del paesaggio. Ed è proprio l’assortimento di questa "serie di chiavi" che consente al fotografo (e al pittore) di esprimersi in modo soggettivo e originale, anche di fronte a un soggetto, come il paesaggio, che appare dotato di un carattere univoco, talmente trasparente da poter essere universalmente penetrato, senza complicazioni intellettualistiche, anche dal più sprovveduto degli osservatori.
    Se nella realtà operativa rappresentare il paesaggio rimane sempre una pratica legata al realismo, le idee guida sopra descritte interagiscono con l’artista fotografo nel promuovere, di volta in volta, una visione di tipo letterario, storico, lirico, onirico, evocativo che, comunque, si sovrappone alla semplice registrazione formale del paesaggio con una particolare valenza poetica.
    A questo punto, alla luce della storia e del pensiero umano, è facile mettersi di fronte ad una qualsiasi fotografia di paesaggio, ricostruire il percorso ideale seguito dall’autore, individuarne le ascendenze culturali, la strada percorsa per raggiungere la "Simpatia Simbolica" e valutare se l’opera si riscatta dal semplice stereotipo visivo.
    Colui che nel tratteggiare il paesaggio adotta scelte di tipo neo-pittorialista, oppure fa un uso antinaturalistico del colore, teso a non restituire più la percezione del reale, forse si allontana dallo specifico della fotografia, ma trova piena giustificazione estetica e storica nelle teorie sulla "pura visibilità" e dell’astrazione poetica.
    Per contro, il fotografo che rivolge l’attenzione a un paesaggio, di cui l’uomo ha trasformato la morfologia, intraprende un processo di piena empatia con la concezione utilitaristica di Heidegger.
    Se poi la sua visione del paesaggio, urbanizzato, industrializzato, contaminato, vuole assumere una valenza critica, improntata a spirito di reazione o di denuncia, sarà sempre l’heidegerriana "filosofia dell’Essere" ad averne stimolato la scelta.
    Quand’anche il fotografo preferisca non cedere a tendenze espressionistiche o contenutistiche, per accontentarsi della pura contemplazione, non limita il suo intervento ad una pura riproduzione naturalistica di toni, forme e colori, ma semplifica, riduce a due dimensioni, geometrizza il suo paesaggio, guidato dalla "Einfùhlung" di matrice goethiana. Egli diventa regista di un processo che muove dall’interno all’esterno, comunica nuove emozioni e porta, anche noi spettatori, a una interpretazione soggettiva.
    L’arte visiva, infatti, lavora per inquadrature, ritagliando quella parte di realtà che sceglie di mostrare.
    Alla base della costruzione dell’inquadratura c’è un procedimento di esclusione, di sottrazione, di alleggerimento.
    Mentre la visione della realtà mostra in compresenza tutti gli elementi di cui è costituita, la trasposizione in fotografia astrae da ciò che appare troppo, seleziona e svela un pensiero, materializza visivamente un sentimento.
    In questo contesto va letto anche il ricorrente tema del "ritorno a una condizione originaria", cui sembrano aspirare molti fotografi di paesaggio, un ritorno allo stato d’innocenza precedente alla civilizzazione. È sempre suggestivo questo tentare un ricupero delle origini, questo atto nostalgico di comunione con la natura, questa fuga a ritroso per tendere le braccia ad un paradiso perduto o ad un sogno.
Giorgio Rigon
gi.rigon@virgilio.it
Bressanone, marzo 1998