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 G i o r g i o   R i g o n

"Stereotipia di un sentimento".

       Ognuno di noi ha acquisito un'idea simbolica dell'eroismo, fin dalla più giovane età, maturandone il concetto in modo soggettivo, attraverso esperienze personali ed eventi che la sorte gli ha riservato.
      A fattore comune, tuttavia, sembra esserci un'idea di eroe che tutti condividiamo: vediamo l'uomo vocato ad un destino eroico come una creatura che esercita, durante la vita, atti di eroismo di graduale intensità fino a quello ultimo che corona l'esistenza, ne sanziona il valore e, di frequente, ne stabilisce il termine.
      Personalmente, ho assimilato il concetto di eroismo, durante l'età scolare, in due tempi distinti.
      Una primaria coscienza l’ho ricevuta quando la maestra ha letto e commentato la motivazione della Medaglia d'Oro al valore di Enrico Toti: il gesto disperato dell'Eroe di lanciare contro il nemico la stampella (strumento che, già di per sé, testimonia un precedente atto eroico), è scaturito da un impulso all’apice dell’esaltazione. L’atto, allora, mi apparve talmente nobile da indurmi a configurarmi l'eroismo come qualcosa che dovesse impegnare il corpo dell'Eroe in uno slancio in avanti, irruente, indifeso, risolutivo, non di un combattimento ma della propria vita, che viene spesa in un attimo, senza agonia, soffocando il dolore, in omaggio ad un ideale altissimo e con un grido di orgoglio.
      Una seconda presa di coscienza dell'idea di eroismo la debbo ad un amico melomane che mi dette l’occasione di gustare un disco (78 giri) del celebre tenore Tamagno: la voce altissima del finale, espressa in modo continuato, senza gorgheggi, senza modulazioni in calando, veniva troncata di colpo, all'apice dell'emissione acuta; l'improvviso silenzio che seguiva lasciava intuire qualcosa di estremamente drammatico, ineluttabile, eroico.
      Nella mia infanzia, ho sempre collegato la figura di Enrico Toti a quella di Tamagno, nel combinato dell’azione gestuale dell’uno e di quella sonora dell’altro che, insieme, rimandano agli stilemi retorici e teatrali dei monumenti ai caduti e delle immagini della guerra di movimento che qui ho selezionato.










"Dio è con noi"

       Non può esservi lotta tra avversari senza che sia invocata l’intercessione di un essere soprannaturale.      La sacralizzazione del totem, d'altra parte, comporta di per sé che la divinità intervenga con la sua capacità di protezione o, quanto meno, con un segno d'incoraggiamento che quanto si fa nel suo nome è giusto e sacrosanto.
      Coinvolgere gli Dei nelle guerre è sempre stata l'attività più importante dei condottieri, propedeutica ad ogni scontro d’armi, fin dai tempi di Omero, e questa si svolgeva con riti sacrificali del tipo di quello della povera Ifigenia.
      Nelle tre religioni monoteiste le vittime sacrificali sono state più fortunate rispetto a quelle della mitologia greca: Isacco, infatti può ringraziare l'angelo che ha fermato la mano del padre Abramo. Nella religione cristiana però non è bastato che il figlio di Dio abbia risolto il problema una volta per tutte sacrificando sé stesso in vista della salvezza di tutti: gli uomini continuano a chiamarlo in causa ed a metterlo in imbarazzo cercando di guadagnarne l’alleanza contro l’avversario.
      Se gli eserciti contrapposti formulano le medesime invocazioni che vediamo riportate nelle due cartoline che appaiono qui sotto,
come si deve comportare Domine Iddio? Chi è dalla parte giusta? Chi beneficerà della provvidenza divina che, per favorire una parte, dovrà necessariamente intervenire a danno dell'altra? Forse è per questo che nel paradiso dei Caduti non ci sono né vincitori né vinti: tutti sono glorificati in virtù degli atti eroici espressi in nome di ideali nobili.
Giorgio Rigon - gi.rigon@virgilio.it

Bressanone, gennaio 2008